
Abruzzo. I referenti regionali del Coordinamento Nazionale Famiglie con Disabilità (CONFAD), Federico Di Felice Di Michele e Sabrina Angelini intendono informare e divulgare alle famiglie con disabilità di tutta la Regione Abruzzo la posizione di CONFAD.
Quanti sono davvero i caregiver familiari conviventi in Italia?
Negli ultimi anni, nel dibattito pubblico italiano sulle misure a favore dei caregiver familiari, ricorre con insistenza un numero: 7 milioni.
Si parla di 7 milioni di caregiver familiari e leggiamo spesso “titoli” impropri.
Questo dato, che indica un’enorme platea di persone coinvolte nell’attività di cura, contiene infatti un equivoco di fondo: non tutti i 7 milioni di caregiver familiari sono caregiver familiari conviventi e prevalenti. Molti di questi sono certamente persone generose e altruiste, ma la loro condizione di vita non può neanche lontanamente essere assimilata a quella dei caregiver familiari conviventi prevalenti.
Questa distinzione non è marginale. Cambia radicalmente lo scenario delle politiche di sostegno, perché non è possibile uniformare le misure su una platea così eterogenea senza che gli interventi siano inefficaci o meramente simbolici.
Da dove nasce il numero dei “7 milioni”
Il dato dei circa 7 milioni di caregiver deriva da un’indagine condotta dall’ISTAT risalente ad alcuni anni fa che faceva riferimento, in particolare, a rilevazioni sulle attività di aiuto e assistenza informale all’interno delle famiglie. Queste indagini pertanto includono: chi presta aiuto anche una sola volta la settimana, chi svolge attività limitate, chi non convive con la persona assistita, chi non ha dovuto rinunciare al lavoro.
Si tratta di una categoria ampia ed estremamente eterogenea che va dall’aiuto occasionale (2 ore la settimana) fino all’accudimento h24.
Usare questo numero per parlare in maniera indistinta di caregiver familiari è, dunque, metodologicamente fuorviante. Quando si promuovono misure di sostegno guardando a questa platea generica di “aiutanti familiari” si seleziona un profilo troppo ampio e indistinto, per il quale nessuna misura può essere realmente adeguata.
Il dato che non viene quasi mai citato: i caregiver ad alto carico assistenziale
All’interno di questo grande numero esiste un sottoinsieme ben definito, mai citato con la giusta attenzione, che racconta una storia completamente diversa: quello dei caregiver familiari non occupati, perché non possono lavorare, a causa delle mansioni di cura, conviventi h24 con la persona assistita, impegnati in un numero molto elevato di ore settimanali di assistenza, spesso difficili persino da quantificare perché legate alle esigenze vitali del proprio caro.
Questi sono i caregiver familiari ad alto carico assistenziale.
È questo il profilo che, nel linguaggio comune, corrisponde davvero al caregiver familiare convivente e prevalente: spesso unico, spesso isolato, spesso di fatto sostitutivo dei servizi pubblici.
Secondo l’ISTAT, le “persone con limitazioni gravi” che ricevono assistenza da almeno un caregiver familiare con questo profilo sono fra le 500.000 e le 600.000.
Questo dato descrive un’attività di cura da parte del caregiver familiare convivente e prevalente che è: continuativa, ad altissima intensità e con un alto carico assistenziale, frequentemente legata a condizioni di non autosufficienza grave della persona assistita, svolta spesso in assenza di reali alternative assistenziali.
Nel DDL licenziato dal Consiglio dei Ministri nello scorso mese di gennaio, c’è il primo tentativo di quantificare realmente queste diverse categorie di persone attraverso la previsione della costituzione e realizzazione della piattaforma Inps, che servirà appunto a fornire i primi numeri certi e concreti della variegata platea, di cui l’indagine ISTAT riesce a restituirci solo un quadro dopotutto vago.
È a questo segmento di caregiver familiari che deve indirizzarsi prioritariamente l’intervento legislativo, perché questa porzione della categoria assolve una funzione strutturalmente sostitutiva dello Stato.
Se questi non esistessero, il costo economico e organizzativo per il sistema pubblico sarebbe enorme.
Il malinteso sui dati non è neutro. Ha conseguenze concrete.
Se il fenomeno è rappresentato come “di massa”, non risultano necessarie misure strutturali.
Se invece il campo si restringe, correttamente e con criterio, emerge in maniera inequivocabile che è necessario e sempre più urgente un riconoscimento giuridico chiaro, tutele previdenziali adeguate, sostegni economici proporzionati al carico reale, politiche di prevenzione della povertà e delle fragilità.
A queste persone non servono interventi meramente simbolici.
Il numero gonfiato dei caregiver familiari non li rende più forti: li rende ancora più invisibili e, soprattutto, rende infinitamente più fragili quelli già fragili; perché qualsiasi intervento adottato (per 7 milioni) non può essere in grado di rispondere ai bisogni e alle esigenze concrete che queste persone (caregiver familiari conviventi prevalenti) vivono nella loro complessa realtà.



