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Come è cambiato il Vinitaly negli anni: racconti e riflessioni di un viticoltore

Il Vinitaly di una volta e quello che è diventato oggi. A tracciare un’analisi completa, ma decisamente critica su tanti aspetti, è Pasquale Sciarillo, produttore lucano, trapianto in Abruzzo, che continua in maniera costante a portare avanti la tradizione di famiglia con una produzione reale, e di qualità, che si sviluppa su un’estensione di circa 600 ettari, compresa di bosco.

Nonostante Sciarillo, da sempre, si occupa professionalmente di altro, va sottolineato che il legame con la terra d’origine resta forte così come la passione familiare.

Il ricordo. Sciarillo ripercorre il passato, quando i viticoltori del “che avevano toppe ai pantaloni ma non avevano debiti e non ne lasciavano”, partivano per il Veneto e sistemavano il proprio stand.
“All’interno degli stand c’era una ricca varietà di prodotti tipici della Basilicata, provolone, pecorini, formaggio di mucca, salsicce, soppressate e salumi. Ma soprattutto la cosa più importante: c’era il vino. Parliamo dell’Aglianico del Vulture, che già allora dei premi li vinceva e che nell’ultima edizione del Vinitaly ne ha portati a casa ben 5.
Sciarillo parla di un aspetto: ossia quello di rendere il Vinitaly un progetto itinerante, con evento che ogni anno cambia regione e con la possibilità per i vari produttori anche di valorizzare i rispettivi territori.

Il Vinitaly di oggi. Il giudizio è decisamente critico. “Oggi sembra più il paese dei Balocchi che il momento di valorizzare il vino”, racconta.
Non voglio parlare di singole regioni, ma di bottiglie che spesso vengono prodotte solo per esposizione all’evento Vinitaly.
Sembrano bottiglie di bambine in miniatura vestite da prima comunione. Ma all’interno che vino c’è? Con quale uva viene fatto?

Gli abbinamenti. Altro tema che finisce nell’analisi critica sono gli abbinamenti. “A volte sembra di essere di essere in un enorme ristorante sotto ad un tendone. Mai visto abbinare vino rosso alla pizza e altri abbinamenti forzati che non capisco a chi vengono in mente.
In passato, al Vinitaly, oltre ai visitatori, c’erano tanti che capivano di vitigni. Ora mi sembra di stare all’esterno di Montecitorio, con gli stand che fanno a gara per accaparrarsi il politico di turno, offrendo pizza e mozzarella, ma sbagliando abbinamento di vino.
Anni fa non c’erano cadeau per chi si faceva fotografare negli stand. Il buon Emilio Colombo, all’epoca ministro degli Esteri e lucano doc, ci teneva in maniera particolare a far assaggiare il vino ai suoi colleghi. E nello stand di mio padre sono passati personaggi del calibro di Andreotti, Spadolini, Craxi, De Mita, Martelli.

Il giudizio è quello di Pasquale Sciarillo, cittadino oramai abruzzese, ma di origine lucana, precisamente di Maschito, laddove nasce il vitigno maschio dell’Aglianico del Vulture, uno dei tre rossi più buoni al mondo.

Sciarillo sta collaborando, da qualche anno, con un’azienda del Nord fornendo uva prodotta da un vitigno di oltre 150 anni dal quale viene ricavato un vino alchemico esportato all’estero: Germania, Austria, Svizzera e anche a Manila, nelle Filippine. Senza dimenticare i contatti con l’Università della California, che il prossimo anno, con ogni probabilità, garantirà i primi frutti di una barbatella dell’Aglianico del Vulture, impiantata in California, con l’innesto di altro vitigno. L’obiettivo è quello di portare avanti, unendo tradizione e innovazione, l’attività di famiglia su circa 600 ettari. Poi c’è la famosa festa dell’uva a Maschito, a fine ottobre, fortemente voluta e sponsorizzata da Sciarillo. Tre giorni nei quali si registrano fino a 80mila presenze, con stand gastronomici, mostre di pittura, teatro, concerti.
La nuova scommessa è quella di produrre in Basilicata Pinot e Chardonnay: attività questa che ha dato il primo vino, di qualità eccellente, con una miscela tra i due vitigni al 50 per cento. Nelle vecchie botti di legno e nelle cantine sotterranee di Maschito è contenuto il plateau per la successiva produzione di aceto balsamico in Emilia Romagna.

Da qualche anno Pasquale Sciarillo si fa promotore di vendere il prodotto, cioè l’uva, e non produrre tante bottiglie come in precedenza, perché il mercato è diventato complicato. Con prezzi aumentati e costi del vino rimasti immutati rispetto a 10 anni fa.
“L’augurio è che qualche mente illuminata metta mano al settore, in modo da evitare che tra qualche anno in Italia si possa vino straniero”.

 

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