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Techno, palloncini e cavalli per Maria Spinelli: in centinaia ai funerali a Città Sant’Angelo

Città Sant’Angelo. Musica techno, palloncini bianchi hanno accompagnato l’arrivo del feretro di Maria Spinelli nella Collegiata di San Michele, a Città Sant’Angelo, nel giorno del suo funerale.

Oltre cinquecento persone hanno partecipato alle esequie della 22enne morta in una sparatoria lo scorso 29 agosto ad Aarau, in Svizzera, nel corso di un rave party.

La giovane, uccisa da un solo colpo di fucile, ha ricevuto l’abbraccio dell’intera comunità della cittadina angolana.

Centinaia le persone che hanno seguito la cerimonia funebre all’esterno della chiesa nel caldo pomeriggio di inizio settembre. Gli amici della ragazza sono arrivati in chiesa con una maglia bianca con la foto di Maria. Sulla bara marrone tanti petali di rose bianche.

Dopo il rito funebre, la bara è stata trasporta a bordo di una carrozza nera trainata da 6 cavalli con pennacchi, come da tradizione della cultura rom, etnia di appartenenza di Maria. Al suo seguito, in corteo animato dalla techno a tutto volume, tanti amici della 22enne, molti ballando per mantenere vivo il ricordo della giovane per la musica e le feste.

Il padre del presunto omicida chiede scusa alla famiglia

“Chiediamo scusa per nostro figlio”. Il padre del 43enne ritenuto responsabile della sparatoria di Aarau, in Svizzera, rompe il silenzio e parla per la prima volta pubblicamente in una intervista concessa in esclusiva al Le Quotidien Jurassien.

“Il pensiero va soprattutto alle vittime – dice – alla giovane donna deceduta, alla sua famiglia e ai feriti. È terribile”. Nella sparatoria è morta una 22enne abruzzese, Maria Spinelli.

I genitori sono stati svegliati dalla polizia nella notte tra il 30 e il 31 agosto. Solo in seguito hanno capito che la perquisizione della stanza del figlio era legata alla sparatoria. Lo avevano visto il venerdì precedente, prima che partisse con il suo furgone per un viaggio. “Dovevamo ritrovarci in Italia all’inizio della settimana. Ci aveva scritto che era arrivato, ma non sapevamo dove fosse”.

Secondo il padre, il figlio soffriva da anni di gravi disturbi psichici. L’uomo era stato ricoverato in psichiatria a Delémont e percepiva una pensione di invalidità al 100%. Con il tempo si era progressivamente isolato, evitando i contatti e rifiutando di parlare della propria vita. “Eravamo praticamente – racconta il padre – le uniche persone che frequentava ancora”. La terapia farmacologica era stata gradualmente ridotta e, secondo il padre, l’uomo non assumeva più farmaci da tempo. La famiglia gli aveva più volte proposto di riprendere le cure, senza successo.

Il padre contesta inoltre una circostanza riferita dalle autorità: il figlio non avrebbe mai prestato servizio militare e quindi non avrebbe mai potuto riconsegnare un’arma d’ordinanza. I genitori sapevano dell’interesse del figlio per le armi, ma ignoravano che possedesse un simile arsenale. Aveva problemi psichici, ripete ancora il padre, “percepiva una pensione di invalidità al 100% e, ciononostante, a quanto pare, poteva possedere tutte quelle armi. Mi chiedo davvero come sia possibile”.

Foto: ansa.it

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