
Ci sono scosse che non finiscono mai.
Non hanno una data sul calendario, non fanno rumore, ma spostano tutto. Dentro. Una diagnosi di autismo è una di queste. Arriva e, da quel momento, nulla è più come prima. Senza preavviso ti ritrovi in una terra diversa, dove i punti di riferimento spariscono uno dopo l’altro. Sogni, progetti, perfino le aspettative più semplici cambiano forma o si sgretolano.
È un terremoto silenzioso. E chi lo vive lo sa: da quel giorno si entra, di fatto, nella categoria dei terremotati. Mentre fuori il mondo continua a correre, a fare rumore, a vivere come sempre, dentro si resta sospesi. Come avvolti in un silenzio cosmico che pochi riescono davvero a comprendere.
È anche per questo che continuiamo a parlarne. Ogni giorno. Perché il silenzio, dopo un sisma, è la cosa più pericolosa che ci sia. Lo abbiamo imparato il 6 aprile 2009. Lo abbiamo imparato a L’Aquila. E lo dovremmo ricordare sempre: la memoria non è un esercizio retorico, è un dovere. Serve a rispettare chi non c’è più e chi, prima di noi, ha indicato una strada.
La Casa di Michele nasce esattamente da qui.
Esiste davvero, ma solo per chi la vive.
Esiste nelle famiglie che ogni giorno varcano quella soglia.
Esiste nei percorsi dei ragazzi.
Esiste nelle mani, nella fatica e nella cura degli operatori.
Eppure, per la Regione Abruzzo, non esiste.
Non compare nei piani. Non è riconosciuta. Non ha finanziamenti dedicati. È come se fosse invisibile, nonostante sia uno dei centri pubblici più significativi per l’autismo, costruito nel tempo grazie alla dedizione degli operatori, al lavoro del Centro di Riferimento Regionale per l’Autismo e all’impegno della ASL 01 dell’Aquila.
E tutto questo accade a meno di trecento metri dal Consiglio Regionale.
La storia di questo luogo è, prima di tutto, la storia di Michele.
Era arrivato a L’Aquila da studente. Dopo la laurea aveva scelto di restare. Aveva trovato lavoro proprio nel centro per l’autismo nato nel 2008, grazie a fondi regionali. Era giovane, appassionato, profondamente legato ai ragazzi che seguiva.
Avrebbe potuto andare via.
Ha scelto di restare.
Fino a quella notte.
Il 6 aprile 2009 Michele è rimasto sotto le macerie, in via Sant’Andrea. Il terremoto ha spezzato la sua vita e distrutto anche il centro di Collemaggio, nato appena un anno prima. Sembrava la fine.
Invece è stato un inizio.
Oggi “La Casa di Michele” è un luogo che cambia la vita delle persone. Le famiglie arrivano da tutta la provincia, ma anche da fuori regione. È stata rifugio per chi è scappato da altri terremoti, come Marco e la sua famiglia dopo Amatrice.
È un presidio che accoglie, costruisce, restituisce possibilità. Un modello pubblico così forte da essere replicato anche a Pratola Peligna, rendendo l’esperienza della ASL dell’Aquila unica in Italia.
Eppure, non basta.
Per la Regione Abruzzo, “La Casa di Michele”, così come il “Centro per l’autismo di Pratola Peligna”, continuano a non esistere: non sono accreditate, né nominate, né sostenute.
E questa assenza pesa. Pesa oltre la burocrazia. Pesa sulla dignità di un lavoro che ogni giorno tiene in piedi centinaia di famiglie.
Le attività vanno avanti grazie alla ASL 01 L’Aquila che continua a garantire servizi essenziali. Ma alla ricostruzione fisica, completata nel 2010, non è mai seguita quella istituzionale.
Diciassette anni dopo, questo vuoto non è più accettabile.
Lo dobbiamo alle famiglie.
Lo dobbiamo agli operatori.
Lo dobbiamo a Michele.
A lui, che per un ideale ha dato la sua vita, a soli ventisei anni.
L’Aquila è una città che tiene insieme memoria e futuro. Lo dimostra anche la collaborazione tra Comune dell’Aquila e Autismo Abruzzo con il Progetto D.A.V.I.D.E., con spazi affacciati sulla Piazza della Memoria: un luogo dove ogni giorno si intrecciano fragilità e possibilità, dove si ricorda che nulla è davvero perduto, che tutto resta in relazione.
Ma ricordare non basta.
La memoria, da sola, non cambia le cose.
Deve diventare riconoscimento.
Deve diventare scelta.




