“Un sogno che si realizza”? Tra opere pubbliche e futuro della scuola: una riflessione necessaria

Civitella del Tronto. Un sogno che si realizza”. È il titolo scelto dall’amministrazione per celebrare l’inaugurazione della nuova struttura scolastica. Un titolo che richiama inevitabilmente una riflessione.
Innanzitutto una precisazione, che nulla toglie al dibattito sul valore dell’opera realizzata. Dal punto di vista architettonico, quella inaugurata non è propriamente un anfiteatro. Un anfiteatro, per definizione, è una struttura che avvolge l’arena in forma pressoché completa, come il Colosseo. Nel caso di Civitella ci troviamo invece di fronte a una cavea semicircolare, tipologia che richiama maggiormente i teatri dell’antichità classica, come il Teatro Greco di Siracusa. È una precisazione apparentemente marginale. Tuttavia, la cura con cui si utilizzano i termini spesso rivela la stessa cura con cui si approfondiscono gli argomenti. Le opere pubbliche meritano di essere valorizzate anche attraverso una descrizione corretta e tecnicamente appropriata.
Il punto, tuttavia, non è questo. È indubbio che la realizzazione di una nuova struttura scolastica rappresenti un investimento importante per il territorio. Tuttavia, il giudizio su un’opera pubblica non può limitarsi alla sua esistenza materiale né alla sua inaugurazione. Le scelte progettuali, la capacità di rispondere alle esigenze della comunità scolastica e, soprattutto, la visione che accompagna l’investimento sono elementi altrettanto rilevanti e pienamente legittimi da discutere.
“Nessuno mette in discussione l’importanza dell’investimento effettuato né il fatto che una nuova struttura scolastica rappresenti un elemento rilevante per il territorio. Tuttavia, il compito della politica non può esaurirsi nel taglio del nastro. Le opere pubbliche devono essere inserite all’interno di una visione complessiva capace di generare opportunità, servizi e prospettive per le famiglie che scelgono di vivere a Civitella”, dichiara il capogruppo di Uniti per Civitella Andrea Sbranchella.
La domanda che oggi dovrebbe porsi la politica è un’altra: una volta realizzati gli edifici, cosa si intende fare per riempirli di vita? Negli ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva diminuzione della popolazione scolastica e a un territorio che fatica ad attrarre nuove famiglie. Una scuola non vive soltanto di muri, laboratori o cavee all’aperto. Vive di studenti, di progetti, di servizi, di opportunità educative e culturali capaci di rendere quel luogo un punto di riferimento per l’intero comprensorio.
Per questo motivo il vero traguardo non può essere rappresentato dalla sola inaugurazione dell’opera. Sarebbe auspicabile che all’investimento infrastrutturale corrispondesse una strategia altrettanto ambiziosa per sostenere la crescita del polo scolastico, contrastare il calo demografico, favorire l’insediamento di nuove famiglie e promuovere attività culturali, formative e sociali in grado di utilizzare pienamente gli spazi realizzati.
Proprio su questo terreno si misura la capacità di governo di un territorio. Dopo quasi tredici anni di amministrazione Di Pietro, oggi nel pieno del terzo mandato, è legittimo interrogarsi non soltanto sulle opere realizzate, ma anche sui risultati ottenuti in termini di attrattività del territorio, andamento della popolazione scolastica e capacità di offrire prospettive alle giovani famiglie.
Vi è poi un ulteriore elemento che merita una riflessione. Negli anni si è spesso parlato di visione e lungimiranza amministrativa in materia scolastica. Eppure, tra le decisioni più significative assunte sul piano dell’organizzazione del sistema scolastico locale, vi è stato anche il dimensionamento scolastico, una misura che ha comportato la perdita dell’autonomia scolastica del territorio. Per questo motivo appare difficile conciliare il concetto di “lungimiranza” con una scelta di questo tipo. Si tratta di un accostamento che rischia di trasformarsi in un vero e proprio ossimoro politico: la lungimiranza dovrebbe tradursi nella capacità di rafforzare e consolidare i presìdi educativi presenti sul territorio, non nell’accettazione di processi che ne riducono autonomia, peso e capacità decisionale.
Le opere edilizie rappresentano certamente un investimento sul patrimonio scolastico; altra cosa è la capacità di rafforzare il ruolo della scuola nel territorio, aumentarne l’attrattività e consolidarne la centralità nel lungo periodo. È proprio qui che si misura la differenza tra una politica delle infrastrutture e una politica per la scuola. La prima costruisce edifici; la seconda costruisce condizioni affinché quegli edifici siano vissuti, frequentati e scelti dalle famiglie.
Al di là dei consueti post celebrativi sui social, delle fotografie di rito e delle narrazioni autocelebrative che accompagnano ogni inaugurazione, ciò che i cittadini attendono è una prospettiva concreta per il futuro della comunità: una strategia capace di dare contenuto agli spazi realizzati e di trasformare un investimento edilizio in una reale opportunità di sviluppo per Civitella.
“Dopo quasi tredici anni di amministrazione Di Pietro, il tema non è più quello delle promesse ma dei risultati. Una scuola non si misura soltanto in metri quadrati costruiti, ma nella sua capacità di attrarre studenti, sostenere le famiglie e rappresentare un presidio vitale per il territorio. Le inaugurazioni durano un giorno; le conseguenze delle scelte amministrative restano per molti anni. La vera sfida non è costruire una cavea. La vera sfida è fare in modo che quella cavea sia piena di studenti, famiglie, iniziative culturali e occasioni di crescita per la comunità. Perché una scuola vive delle persone che la frequentano, non delle fotografie scattate il giorno dell’inaugurazione”, conclude Sbranchella.




