
L’artista teatino Diego Carchesio continua ad ottenere successi e riconoscimenti con la sua nuova proposta, apprezzata alla Milano Art e design week.
Il critico d’arte Massimo Pasqualone sottolinea come La ricerca di Diego Carchesio non si limiti a invertire la superficie pittorica, ma istituisce un nuovo protocollo operativo denominato ©Dietro la tela. Se la storia dell’arte ha spesso “girato” il quadro per negare l’immagine o per ribellarsi al sistema, questo metodo agisce in senso opposto: esso utilizza la conformazione fisica del retro per costruire una “stanza pittorica”. Non è un atto di negazione, ma di fondazione spaziale.
È fondamentale- sottolinea Pasqualone- distinguere il metodo ©Dietro la tela da celebri episodi storici che, pur condividendo fisicamente il supporto, divergono radicalmente nelle finalità:
La Protesta Politica (Gastone Novelli, 1968): Alla Biennale di Venezia del ’68, Novelli voltò le sue tele contro il muro in segno di protesta. In quel caso, il retro era un “non-farsi-vedere”, un atto di boicottaggio. Nel metodo ©Dietro la tela, invece, il retro è l’invito massimo alla visione. L’artista non chiude il dialogo, ma apre una nicchia di osservazione profonda: una condizione interiore in movimento osmotico tra opera e osservatore.
L’Illusione Fiamminga (Cornelis Gijsbrechts, 1670): Il suo retro di dipinto era un trompe-l’œil. Gijsbrechts dipingeva sul fronte la finzione del retro. Carchesio rompe l’inganno: non simula la materia, ma la agisce fisicamente, trasformando la dissimulazione pittorica in verità oggettuale.
L’Indagine Concettuale (Giulio Paolini): In opere come Eclisse, il retro serve a Paolini per riflettere sul “grado zero” della pittura, un’operazione intellettuale che tende all’invisibile. Al contrario, il metodo ©Dietro la tela è estremamente emozionale, carnale e materico: il colore, spesso impreziosito da riflessi metallici preziosi o stratificazioni dense, occupa lo spazio “scavato” dal telaio, rendendo visibile ciò che era solo struttura.
Un punto di snodo fondamentale è il rapporto con lo Spazialismo. Se Lucio Fontana ha superato la superficie con tagli e buchi, trasformando la pittura in soglia, egli si è fermato sulla linea di confine senza renderla un linguaggio pittorico autonomo. La ricerca di Carchesio si spinge oltre quel limite: se lo squarcio fontaniano ha aperto la superficie, questo metodo sceglie di entrare fisicamente nel “dietro”, trasformandolo in un luogo operativo di dialogo e di prassi pittorica. Laddove la tela è stata storicamente aperta per essere varcata concettualmente, qui viene abitata e resa linguaggio compiuto.
Mentre artisti vicini al concetto di “attraversamento” come Alberto Burri, Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis, Robert Rauschenberg, Mira Schendel o Domenico Bianchi hanno indagato la materia e lo spazio oltre il supporto, nessuno di loro ha lavorato in modo sistematico sul “dietro”.
Il retro della tela è stato perciò raramente usato come linguaggio centrale e, quando è accaduto, è stato episodico, di protesta o puramente concettuale. Il metodo ©Dietro la tela si configura invece come l’unico filone artistico strutturato e riconoscibile nel tempo che trasforma il retro in un’architettura:
La Terza Dimensione Reale: Dipingendo “dentro” lo spessore dei listelli, l’artista crea una profondità fisica (non prospettica). Le ombre proiettate dal legno sulla tela non sono dipinte: sono ombre reali, variabili col mutare della luce.
Il Supporto Vergine: La tela grezza, priva di imprimitura industriale, accoglie il pigmento in una simbiosi viscerale, protetta dalla “scatola” lignea del telaio che funge da cella sacrale.
Il lavoro di Diego Carchesio- conclude Pasqualone- non è un’imitazione di sperimentazioni passate, ma la loro evoluzione coerente. Mentre i maestri del Novecento hanno violato o negato la tela, Carchesio ha deciso di abitarla. Il metodo ©Dietro la tela è un ritorno alla pittura che sceglie però un punto di osservazione inedito: quello della “pancia” del quadro, dove l’invisibile diventa finalmente presenza.



