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TFR: soldi tuoi, ma spesso non sai davvero dove stanno andando

Rubrica “Risparmio, scelte e futuro”
A cura di Giacomo Merlini, consulente finanziario Copernico SIM S.p.A.

Il trattamento di fine rapporto non è solo una somma che si riceve
quando si cambia lavoro. È una parte della retribuzione differita e può
incidere sul futuro economico del lavoratore.
Nei precedenti articoli di questa rubrica abbiamo parlato di pensioni, inflazione e scelte
finanziarie rimandate.
Abbiamo visto come il futuro previdenziale richieda sempre più consapevolezza, come
l’inflazione possa ridurre il potere d’acquisto e come molte decisioni economiche importanti
vengano spesso rinviate per paura, confusione o mancanza di metodo.
Riguarda milioni di lavoratori, ma spesso viene percepito come una sigla burocratica,
qualcosa che “matura da qualche parte” e che si riceverà quando finirà il rapporto di lavoro.
In realtà il TFR merita più attenzione.
Non è un premio, non è un regalo dell’azienda e non è una somma casuale. È una parte della
retribuzione del lavoratore che viene accantonata nel tempo.
Proprio perché si costruisce anno dopo anno, può diventare una componente importante
della propria sicurezza economica futura.
Che cos’è davvero il TFR
TFR significa trattamento di fine rapporto.
In parole semplici, è una quota della retribuzione che il lavoratore dipendente matura durante
il rapporto di lavoro e che, normalmente, viene liquidata alla cessazione del rapporto:
dimissioni, licenziamento, pensionamento o cambio azienda.
Molte persone lo considerano una sorta di “tesoretto” finale.
Ma questa visione rischia di essere incompleta.
Il TFR non nasce all’improvviso alla fine del rapporto. Si forma nel tempo, mese dopo mese,
anno dopo anno.
È salario differito.
Questo significa che appartiene al lavoratore, ma non viene percepito subito in busta paga.
Viene accantonato secondo regole precise e destinato a una funzione futura.
Per questo la domanda non dovrebbe essere soltanto: “Quanto TFR ho maturato?”
La domanda più importante è: “Dove sta andando il mio TFR e quale ruolo può avere nella
mia pianificazione?”
Dove può andare il TFR
Uno degli aspetti meno chiari per molti lavoratori è proprio la destinazione del TFR.
Non sempre, infatti, il TFR “resta semplicemente in azienda”, come spesso si pensa.
In base alla scelta effettuata e alle caratteristiche del datore di lavoro, il TFR maturando può
seguire percorsi diversi.
Questo punto è fondamentale.
Perché il TFR non è soltanto una voce amministrativa. È una scelta che può incidere sul
futuro economico del lavoratore.
E come tutte le scelte importanti, andrebbe compresa prima di essere fatta.
TFR in azienda, Fondo Tesoreria o fondo pensione?
Quando si parla di TFR, una delle prime cose da chiarire è che non sempre segue lo stesso
percorso.
Se il lavoratore non lo destina alla previdenza complementare, il TFR può rimanere presso il
datore di lavoro, nei casi previsti, oppure essere versato al Fondo di Tesoreria INPS quando
l’azienda rientra negli obblighi stabiliti dalla normativa.
In entrambi i casi, il TFR resta collegato al rapporto di lavoro e viene liquidato secondo le
regole previste alla cessazione del rapporto o quando ricorrono determinate condizioni.
La logica è quella tradizionale: il lavoratore matura una somma nel tempo e la riceve più
avanti.
Diversa è la scelta di destinare il TFR a una forma di previdenza complementare.
In questo caso, il TFR maturando viene versato in una posizione previdenziale individuale,
con l’obiettivo di integrare la pensione pubblica futura.
È un cambio di prospettiva: il TFR non viene visto solo come una somma da ricevere alla fine
del rapporto di lavoro, ma come una risorsa da costruire e utilizzare in funzione del proprio
futuro previdenziale.
Questo non significa che esista una scelta migliore in assoluto.
Ogni situazione va valutata con attenzione, considerando età, reddito, stabilità lavorativa,
obiettivi, esigenze familiari, orizzonte temporale, propensione al rischio, fiscalità, eventuale
contributo del datore di lavoro e bisogno di liquidità futura.
La questione è semplice: il TFR non dovrebbe essere lasciato al caso.
Dovrebbe essere compreso, scelto e collegato alla propria vita reale.
Anche la tassazione conta
Un aspetto spesso sottovalutato è la tassazione.
Il TFR lasciato in azienda o al Fondo di Tesoreria INPS, quando viene liquidato, non viene
tassato come un normale stipendio mensile, ma segue il meccanismo della tassazione
separata, secondo regole specifiche:
l’aliquota viene calcolata sulla base dell’IRPEF media degli ultimi 5 anni del lavoratore e, di
norma, non può essere inferiore all’aliquota prevista per il primo scaglione IRPEF, oggi pari al
23%, per questo l’effetto fiscale può cambiare da persona a persona e dipende anche dal
reddito.
Il TFR destinato alla previdenza complementare segue invece un trattamento fiscale diverso.
In linea generale, sulle prestazioni pensionistiche relative ai versamenti del tfr effettuati dal
2007 si applica una tassazione agevolata, con aliquota del 15% che può ridursi
progressivamente, in base agli anni di partecipazione alla previdenza complementare, fino al
9%.
Quindi, la fiscalità è uno degli elementi da considerare quando si valuta la destinazione del
TFR.
Non è l’unico.
Ma può incidere sul risultato finale.
Per questo non bisognerebbe scegliere solo per abitudine, per sentito dire o perché “si è
sempre fatto così”.
Il silenzio è già una scelta
Uno degli aspetti più delicati riguarda il momento della scelta.
Quando un lavoratore viene assunto, ha un periodo di tempo per decidere cosa fare del
proprio TFR maturando.
Può scegliere di mantenerlo secondo la gestione ordinaria prevista oppure destinarlo alla
previdenza complementare.
Il problema è che spesso questa decisione viene affrontata in modo frettoloso o superficiale.
A volte il modulo viene compilato senza comprenderlo davvero.
A volte si firma ciò che viene proposto, senza fare domande.
A volte si rimanda, pensando che non decidere sia una posizione neutrale.
Ma anche in questo caso, non scegliere può produrre conseguenze.
Il silenzio, in alcune situazioni, può comportare il conferimento del TFR maturando a una
forma pensionistica complementare individuata secondo le regole previste.
Questo non va vissuto con paura.
Va semplicemente compreso.
Perché una scelta consapevole è sempre preferibile a una scelta subita.
Perché riguarda anche i giovani
Molti giovani lavoratori pensano che il TFR sia un tema lontano.
In realtà è vero il contrario.
Proprio perché il TFR si forma nel tempo, prima si comprende il suo funzionamento, più è
possibile inserirlo dentro una pianificazione ordinata.
Chi inizia a lavorare oggi potrebbe avere davanti a sé carriere più mobili, cambi azienda,
contratti diversi, redditi variabili e una pensione pubblica sempre più legata alla propria storia
contributiva.
In questo contesto, ogni scelta previdenziale assume maggiore importanza.
Il TFR può sembrare piccolo nei primi anni di lavoro.
Ma il suo valore non sta solo nell’importo iniziale.
Sta nel tempo.
Nel metodo.
Nella possibilità di collegarlo a un obiettivo più ampio.
Educazione finanziaria significa anche capire il TFR
Il TFR è uno degli esempi più chiari di quanto l’educazione finanziaria sia importante nella vita
quotidiana.
Non serve essere esperti di previdenza per capire i passaggi fondamentali.
Bisogna sapere che il TFR è una parte della propria retribuzione differita.
Bisogna sapere che può avere destinazioni diverse.
Bisogna sapere che la tassazione cambia a seconda del percorso scelto.
Bisogna sapere che lasciare tutto com’è senza aver compreso le alternative non è sempre
sinonimo di prudenza.
Spesso, la vera prudenza è informarsi prima.
Il TFR non è solo una voce nella busta paga.
È una risorsa che si costruisce nel tempo e che può contribuire alla sicurezza economica
futura.
Oltre a chiederci: “Quanto TFR ho maturato?”
Dovremmo domandarci: “Sto dando al mio TFR il ruolo giusto dentro il mio futuro?”
Perché anche il TFR, come molte scelte economiche importanti, non dovrebbe essere
scoperto solo quando serve.
Dovrebbe essere compreso prima.

Contenuto divulgativo a finalità informativa. Non costituisce consulenza personalizzata né
raccomandazione di investimento.

 

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