
In Val Vibrata, in queste settimane, il paesaggio è tornato al centro del dibattito pubblico. Negli ultimi mesi, fra Val Vibrata e fascia costiera teramana, sono stati annunciati o avviati progetti fotovoltaici di taglia industriale che stanno innescando un copione che si ripete ovunque in Italia: comitati spontanei, raccolte firme, assemblee pubbliche affollate, post di denuncia sui gruppi social locali, lettere aperte ai sindaci.
E così i crinali, i seminativi residui fra Sant’Omero e Controguerra, i campi che si aprono verso il mare a Martinsicuro vengono oggi rivendicati come patrimonio identitario da difendere e generano un clima teso che si polarizza in fretta tra chi è dalla parte del paesaggio e chi è dalla parte del fotovoltaico. È una preoccupazione legittima perché chiedersi quanto e come il proprio territorio possa cambiare è un esercizio sano di cittadinanza. Ma proprio per questo, prima di prendere posizione, una cosa va detta.
Lo stesso paesaggio che oggi si vorrebbe difendere dai pannelli ha visto avanzare, per trent’anni, una cementificazione costante. L’espansione residenziale ha saturato la fascia costiera, le lottizzazioni hanno eroso i seminativi dell’entroterra, edifici pubblici, strade e piazze ne hanno accompagnato l’avanzata. E insieme sono arrivati i capannoni del distretto tessile-abbigliamento, le aree artigianali allungate lungo le superstrade, i poli commerciali sorti su quello che era campagna. Quella trasformazione, profonda e silenziosa, non ha quasi mai mobilitato comitati, raccolte firme, sit-in.
Nominare questa asimmetria non significa schierarsi a favore di nulla. Non è compito di chi scrive stabilire quale forma di trasformazione del paesaggio sia preferibile, perché sono scelte che spettano alle imprese, alle comunità, alle amministrazioni locali, al legislatore. Ma una contraddizione, se c’è, va almeno guardata in faccia. O ci preoccupiamo di entrambe le trasformazioni del paesaggio, o non deve preoccuparci nessuna. L’indignazione a corrente alternata, quando coincide guarda caso con la novità invece che con l’impatto cumulato, dice qualcosa di noi più che delle cose.
I pannelli non sono infatti “diversi” per consumo di suolo o per irreversibilità rispetto al cemento. Sono diversi perché arrivano in fretta, concentrati, e quasi sempre con il volto di operatori esterni al territorio. Una combinazione che il nostro occhio collettivo legge come aggressione. Il cemento, al contrario, è arrivato poco alla volta, su un orizzonte temporale lungo, e quasi sempre con un volto familiare al territorio. Lo abbiamo digerito senza accorgercene. Il fotovoltaico, semmai, rompe l’illusione che il paesaggio resti intatto finché lo si trasforma lentamente. Cosa farne di questa illusione, ora che si è incrinata, è una decisione politica e culturale che riteniamo però debba spettare al territorio.
C’è poi una contraddizione più intima, che riguarda ognuno di noi. Negli stessi anni in cui crescono i comitati, salgono i nostri consumi: condizionatori accesi mesi interi, auto elettriche, computer che custodiscono le foto delle vacanze, secondi frigoriferi, riscaldamenti già attivi prima di entrare in casa. Vogliamo una vita che consuma sempre più chilowattora ed è un nostro diritto, e nessuno ce ne fa una colpa. Ma li vogliamo prodotti rigorosamente altrove, ossia nei territori di altri. Anche qui il punto non è giudicare ma è registrare che qualunque ragionamento serio sul paesaggio non può fingere di ignorare il consumo che lo alimenta.
Sull’altra metà della partita c’è una cornice giuridica che chi protesta dovrebbe conoscere. Gli impianti alimentati da fonti rinnovabili sono per legge opere di pubblica utilità, indifferibili e urgenti. Questo significa che l’interesse pubblico prevale, le autorizzazioni hanno priorità, le opposizioni locali possono essere accolte solo per motivi eccezionali. Ciò si traduce in procedimenti autorizzativi in cui i Comuni della Val Vibrata, come tutti gli altri, sono in larga misura “passacarte” perché hanno voce nelle Conferenze di Servizi ma non hanno l’ultima parola.
Molti sindaci, sotto la pressione dei cittadini, scelgono comunque la strada del TAR. È un riflesso umano e politicamente comprensibile, ma tecnicamente fragile perché i TAR sono ormai pieni di sentenze che respingono impugnazioni di questo tipo per i principi di legge richiamati. Ed è uno scenario sul quale converrebbe ragionare con prudenza, perché quelle sentenze di rigetto possono trasformarsi in un boomerang per le amministrazioni che le hanno promosse.
Davanti a un impianto calato dall’alto da un operatore esterno, l’alternativa pare pertanto binaria: si è favorevoli o ci si oppone. Ma esiste una terza posizione e si chiama Comunità Energetica Rinnovabile. Si tratta di uno strumento ormai consolidato: il Gestore dei Servizi Energetici – GSE S.p.A. ha censito 904 CER attive in tutta Italia al 31/12/2025.
Una CER non sostituisce il dibattito sugli impianti ma lo affianca, e aderirvi non implica nessuna posizione sui singoli progetti in corso. Permette a famiglie, imprese e amministrazioni di non restare spettatori passivi del sistema energetico, qualunque cosa pensino dei singoli progetti che attraversano il territorio.
Su questo terreno opera l’Associazione Italiana Comunità Energetiche Rinnovabili — AICER ETS, che promuove la CER Gabbiano nella Val Vibrata.
L’area di riferimento copre Martinsicuro, Alba Adriatica, Tortoreto, Colonnella, Controguerra, Corropoli, Nereto, Sant’Omero e Mosciano, con ulteriori estensioni territoriali e di potenza in arrivo, e si rivolge a famiglie, imprese, associazioni ed enti locali.
Vale la pena chiarire subito due aspetti che il dibattito tende a confondere. Il primo è che l’AICER non è proprietaria e non realizza impianti, ma si limita ad aggregare produttori e consumatori di energia rinnovabile per favorire la “democratizzazione energetica”. Peraltro, nel caso della CER Gabbiano, l’AICER è riuscita già a convincere degli investitori a mettere a disposizione due impianti di complessivi 2 MWp la cui energia prodotta verrà condivisa con gli associati. A tutti gli effetti si tratta di uno strumento di redistribuzione di valore che, anziché concentrarsi lontano, ricade su chi vive sul territorio.
Il secondo aspetto riguarda la natura giuridica dell’associazione: l’AICER ETS è un’associazione del Terzo Settore, e l’iscrizione al RUNTS è la garanzia che il progetto si regga su principi di democraticità interna e di effettiva partecipazione degli associati alle decisioni che li riguardano.
Va segnalato infine che con il Decreto CACER (DM 414/2023), lo Stato riconosce agli associati di una Comunità Energetica Rinnovabile un vero e proprio premio economico di comunità che ricade direttamente sulle bollette degli aderenti abbattendone il costo per i prossimi venti anni. A breve l’AICER aprirà le nuove iscrizioni alla CER Gabbiano sul sito www.aicer.it.
Davanti a uno strumento che redistribuisce valore sul territorio e garantisce un risparmio in bolletta per due decenni, vale almeno la pena di informarsi. Restare spettatori passivi della transizione energetica è una scelta legittima, ma è bene che sia una scelta consapevole, non un’assenza per disinformazione. Cosa farne, spetta al territorio.
Dott. Comm. Andrea Vallese
Presidente AICER



